il progetto raccontato: 'perle nascoste' - la genesi

Le idee a volte ti cadono addosso senza che tu sia andato a cercarle; sei lì tranquillo a guardare la tv e per qualche motivo nella tua mente inizia a comparire qualcosa che non c’entra nulla con il programma che stai guardando. Chissà da quanto tempo il seme di quell’idea era lì che germogliava senza che tu nemmeno te ne rendessi conto, poi ad un certo punto decide di farsi sentire.

Prima un sussurro che cerchi di scacciare – maledizione, lavoro tutto il giorno, lasciami almeno un paio d’ore di pace! – . Poi un po’ più forte, e ti tappi le orecchie, come se davvero ci fosse qualcuno che ti sta parlando ma tu non vuoi sentirlo.

Ma quell’idea non si arrende e lì, c’è poco da fare, spegni la tv e ascolti quello che ha da dire. Sei stanco ma a lei sembra non importare ed insiste, gli dai la mano e si prende tutto il braccio.

Vai a letto e non riesci a dormire, quella maledetta ormai si è insinuata nel tuo cervello ed ha messo alla frusta tutti i tuoi neuroni. 

Ti conosce bene e sa che non sai resistere ad una sfida, quella piccola infida idea fa leva su tutti i tuoi punti deboli per costringerti ad agire.

Ormai la tua “fame” di fare e di sfidare si è svegliata dal paio d’ore di sonno a cui l’avevi costretta. Quell’idea, apparentemente innocente ed indifesa, in una notte ha vinto la sua battaglia!

Lo ammetto, un ‘attacco’ come questo per il primo di una serie di articoli potrebbe far pensare che sono impazzito. Però, c’è sempre un però da qualche parte, l’idea di scrivere una serie di articoli in stile ‘manuale’ francamente non è molto nelle mie corde, oltretutto soffro di alcune allergie; una delle quali riguarda le ricette miracolose che iniziano sempre con le parole: “si fa così”… certo, esistono regole base come per quasi ogni cosa, ma poi bisogna adattarle, personalizzarle e metterci del nostro.

 

Ma veniamo a noi, iniziando con il rispondere ad un ‘perché?’…

Hai un progetto? (domanda valida anche se di mostra ne fai una sola)

Se non si hanno le idee abbastanza chiare sul perché e sul come si vuole intraprendere la strada espositiva il rischio di schiantarsi, economicamente ed emotivamente, contro un muro è mitigato solo dalla dea bendata.

Ora passiamo alle fasi concrete di un progetto come questo, partendo da: carta e penna!

Che le fotografie siano già state scattate o no, la base di partenza è sempre la stessa.

La prima domanda da porsi è: a quale tipologia di pubblico mi sto rivolgendo?

Una risposta come, ad esempio, ‘Mi sto rivolgendo ad un pubblico di foto-amatori’ francamente è troppo generica, nemmeno se si trattasse di un workshop fotografico si potrebbe ragionare in questo modo. Di foto-amatori ne esistono molte tipologie; persone con livelli diversi di capacità e conoscenze, principianti, avanzati, semplici amatori di qualche scatto fatto in vacanza e ben riuscito, appassionati di architettura piuttosto che di natura o di animali, insomma, davvero un plateau infinito.

Quindi, come diceva Manzoni, cerchiamo di capire chi sono i nostri 10 lettori – o visitatori in questo caso.

Nel mio caso, per le mostre legate ai nuclei storici della Valle del Vedeggio, il mio pubblico di riferimento erano i loro abitanti con tutti i rischi annessi e connessi nell’essere tanto presuntuoso da voler mostrar loro, in modo totalmente diverso dal solito, dei luoghi affettivi e ben conosciuti.

Sinceramente mi sono chiesto un’infinità di volte chi me l’avesse fatto fare. Un qualsiasi errore in questo caso avrebbe significato perdere la faccia senza se e senza ma. Ovviamente senza tenere in considerazione gli scontenti di default; ci sono persone (e bisogna sempre metterlo in conto) che sono perennemente scontente, che qualsiasi cosa sarebbe venuta meglio se l’avessero fatta loro, e via così in una lista di critiche poco costruttive ma molto distruttive. Ma si sa, è un po’ come con lo sport, sono sempre tutti allenatori quando la squadra vince ma specialmente e soprattutto quando la squadra perde!… ma di questo vi parlerò in un prossimo post.

Passiamo alla seconda domanda: quale è il format? Ovvero, quale sorta di tema portante mi posso inventare per incuriosire il mio pubblico tanto da spingerlo a venire a vedere una mia mostra?

Nel caso specifico il fulcro erano i nuclei storici ma il problema era quello di scegliere come mostrarli, esistono infatti molti modi diversi di approcciare un soggetto. Quindi? Andare in giro a fare click click click con la certezza che su cento scatti almeno tre per fortuna o per bravura usciranno validi non è una buona idea. Si perde tempo e ci si ritrova con migliaia di scatti che non hanno un legame l’uno con l’altro e che saranno buttati. 

Allora, come comportarsi?

Riassumendo brevemente:

  • Individuare il pubblico esatto a cui rivolgersi, ben sapendo che non si potrà mai accontentare tutti.
  • Individuare il format più adatto all’idea che si desidera sviluppare.

Nel mio caso, il format che ho scelto, è stato di fotografare i nuclei in bianco e nero, con ricchezza di dettagli ma senza troppi elementi moderni e di disturbo (automobili, gru, ponteggi ecc.), in modo da togliere una buona fetta di punti di riferimento ed avere delle fotografie che “galleggiano” tra passato e presente.

In seconda battuta ho deciso di non fare nulla, ma proprio nulla, per eliminare tramite la post produzione (Photoshop e affini) eventuali elementi di “disturbo”, di non intervenire in nessun modo che potesse modificare la realtà; e qui torniamo all’importanza di studiare l’inquadratura e sapere da subito il risultato che si sta cercando e che si vuole ottenere. Un’altra mia scelta è stata quella di utilizzare sempre la stessa fotocamera con lo stesso obiettivo lavorando in modalità manuale con un range di parametri prestabiliti.

Ovvero:

  • Obiettivo Zoom 24 – 70 mm (ma usato nell’80% dei casi con focali tra i 40 ed i 60 mm), in modo da avere un angolo visivo il più possibile simile alla visione umana.
  • Diaframma compreso tra f5.6 ed f 9 ed una sensibilità ISO tra i 100 e 160 (per permettermi di avere un po’ di margine di manovra a seconda delle condizioni meteorologiche)

Questa è la parte tecnica/operativa che ho usato sul campo. In poche parole, forse banali all’apparenza ma in realtà fondamentali, si riassume con scattare le fotografie.

Cosa altro occorre considerare?

ricordiamoci che stiamo parlando di immagini che esponiamo al pubblico, occorre quindi pensare al supporto su cui vogliamo stamparle. Perché? Perché cambia tutto! Una carta baritata ha una sua resa ben specifica mentre una carta “artistica” ne avrà un’altra.

La mia scelta, ragionata, soppesata, e decisa solamente dopo aver effettuato delle prove su vari tipi di supporti, è ricaduta su una carta molto particolare, fatta in fibra naturale di bambù, che regala toni caldi ed avvolgenti sopratutto nelle parti chiare dell’immagine, contribuendo a ‘scaldare’ la fotografia nel suo bianco e nero e a renderla avvolgente, quasi fosse un abbraccio.

Finisce qui? No, non finisce qui; le cose di cui parlare e raccontare sono ancora molte ma lo farò nel prossimo post del mio diario-racconto su quello che sta dietro le quinte di una mostra fotografica. Ci sono ancora molti altri aspetti da considerare, tecnici, creativi ed organizzativi. 

Fare una mostra è una faticaccia! 😉 

Alla prossima puntata, 

Luca

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  • nel prossimo articolo termineremo con la definizione del budget (che brutta parola!) e finalmente CLICK!
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